LA PIZZA MADE IN UE, QUELLA SCONOSCIUTA*
Cosa c’è di più antico, tradizionale, identitario e collettivamente identificabile come tipico fast food italiano che la pizza?
Questo in teoria. In pratica, ovunque nel mondo, da Toronto a Bangkok, è possibile trovare una sedicente pizzeria napoletana; salvo scoprire che, contro le nostre aspettative, troviamo nel piatto un qualcosa derivante dall’unione di ingredienti lontani anni-luce da quanto immaginavamo.
Chi dice come deve essere fatta la pizza, quali ingredienti sono necessari per prepararla e come deve essere servita? Ci ha pensato l’Unione Europea, con il regolamento Ce 97/2010, poi approvato anche a livello nazionale. Il risultato pare più di carattere burocratico che immerso nella realtà quotidiana.
Che si debba usare il “pomodoro pelato”, che la mozzarella debba essere fusa e non bruciata, che la pasta debba essere alta al centro tra 0,36 e 0,44 centimetri e il cosiddetto cornicione, dorato, non superi i 2 cm, cosa aggiunge alla nostra conoscenza del prodotto? Di fatto, nulla. Il pomodoro che arriva magari dalla Cina, la mozzarella realizzata con latte “multi pastorizzato” e non locale, la pasta assemblata con miglioratori derivati dalla soia (presumibilmente modificata geneticamente) saranno pur “certificati” nella pizza sgt - specialità gastronomica tipica - con tanto di marchio, ma ci daranno effettivamente una buona pizza? Forse non basta. Dobbiamo essere incontentabili, se è vero che il costo della materia prima non supera il 20% del prezzo finale della pizza.
Esigiamo quindi materia prima d’eccellenza, chiediamo che il saper fare e il territorio siano presenti nel nostro piatto, perché la mia pizza sia veramente … napoletana. Nessuno vuole passare per fesso.
Men che meno i nostri sensi!!
Carlo Casti
* articolo pubblicato nel quotidiano EPOLIS
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